p 311 .

Paragrafo 4 . La riflessione filosofica sulla scienza.

     
Introduzione.

Se  trasferiamo il discorso di Hilbert dalla matematica al campo degli
studi  fisici, con un gioco di parole fin troppo banale ci  accorgiamo
che  il  posto della metamatematica sarebbe preso dalla metafisica.  E
questo non pu essere accettato n dai fisici, n da quei filosofi che
sono   impegnati  proprio  nella  liberazione  della  filosofia  dalla
metafisica.
     Il   problema  pi  importante  posto  dalle  nuove  elaborazioni
teoriche  in  matematica  e in fisica  quindi  ancora  una  volta  un
problema  squisitamente filosofico (anzi, tradizionale della filosofia
occidentale):  conciliare il pensiero (il livello logico  e  astratto)
con l'esperienza sensibile (il mondo fenomenico).
     Proprio  mentre  Einstein metteva a punto  la  sua  teoria  della
relativit,  verso  la  fine  del primo decennio  del  nostro  secolo,
esattamente  nel  1907,  si  era costituito  a  Vienna  un  gruppo  di
discussione  di  problemi filosofico-scientifici; il  gruppo,  che  si
riuniva tutti i gioved sera in un vecchio caff, faceva capo  a  Hans
Hahn, un matematico, a Otto Neurath, un economista,
     
     p 312 .
     
     e  a  Philipp Frank, un fisico, e si ispirava esplicitamente alla
tradizione   empiristica  viennese  rappresentata   da   E.   Mach   e
caratterizzata da un atteggiamento fortemente antimetafisico. I membri
di  questo  gruppo parteciperanno poi, negli anni Venti, al cosiddetto
Circolo di Vienna.
     
Il convenzionalismo.
     
Nello  stesso periodo, dalla sua cattedra di fisica della Sorbona,  in
contrapposizione  all'empirismo  radicale  di  Mach,  Henri   Poincar
metteva in evidenza il carattere logico e razionale della scienza.
     Aritmetica, geometria e fisica hanno fondamenti tra loro  diversi
e  un diverso rapporto con il mondo dei fenomeni: ma in tutti e tre  i
casi  necessario andare oltre l'esperienza.
     Ci risulta pi immediatamente evidente con l'aritmetica, che  ha
una  struttura rigorosamente deduttiva non ricavabile dall'esperienza:
l'aritmetica  riguarda  un  numero  infinito  di  elementi  (i  numeri
naturali)  che,  proprio  per  il loro essere  infiniti,  sfuggono  al
principio dell'osservazione.
     Nella  geometria  il legame con l'esperienza appare  un  po'  pi
consistente,  ma si tratta di un legame apparente: la geometria,  come
l'aritmetica,  ha una struttura deduttiva fondata sui propri  assiomi,
non  pretende  affatto di parlare dei corpi naturali  e  si  limita  a
studiare le propriet, ad esempio, di solidi ideali (che sono immagini
molto semplificate dei solidi percepiti dai nostri sensi).(50)
     
     p 313 .
     
     La geometria, quindi, ha un carattere puramente convenzionale,  e
pu  essere  utilizzata per descrivere gli oggetti  dell'esperienza  a
condizione  che si ragioni sui corpi naturali come se fossero  situati
nello spazio geometrico.
     La    fisica      sicuramente   una   scienza   non   separabile
dall'esperienza.(51) Eppure - osserva Poincar -  Non    sufficiente
osservare,  bisogna  servirsi delle proprie osservazioni  e  perci  
necessario    generalizzare(52).   La   generalizzazione        per
interpolazione e correzione dell'esperienza: Per quanto cauti  si
sia,  bisogna interpolare; l'esperienza non ci d che un certo  numero
di  punti  isolati,  bisogna  unirli con  tratto  continuo  [...].  Ma
facciamo  di  pi,  la  curva  che si traccer  passer  fra  i  punti
osservati  e  vicino  a  questi  punti.  Cos  non  ci  si  limita   a
generalizzare,  la  si  corregge; e il  fisico  che  si  accontentasse
veramente  dell'esperienza pura, sarebbe obbligato ad enunciare  delle
leggi veramente straordinarie(53).
     Cos, grazie alla generalizzazione, ogni fatto osservato  ce  ne
fa  prevedere  un gran numero; solamente non dobbiamo dimenticare  che
solo  il primo  certo, che tutti gli altri sono probabili. Per quanto
saldamente  stabilita  ci  possa sembrare una  previsione,  non  siamo
assolutamente sicuri che l'esperienza non la smentir, se cominciamo a
verificarla.  Ma  la  probabilit  spesso  abbastanza  grande  perch
praticamente  ci  si  possa accontentare. E'  meglio  prevedere  senza
certezza che non prevedere affatto(54).
     Il   ruolo   della  riflessione  logica  e  astratta,   cio   la
generalizzazione  e  la  correzione  delle  esperienze  attraverso  la
formulazione di ipotesi,  quindi essenziale non solo per  i  risvolti
pratici  (la capacit di prevedere con buone probabilit di  successo)
ma  anche per il progresso delle scienze, che  possibile solo  se  si
supera  l'atteggiamento dogmatico dello scienziato che   convinto  di
avere scoperto verit incontrovertibili.
     Come  si vede, l'atteggiamento di Poincar  analogo a quello  di
Einstein,  e  sar  ripreso anche da Karl R. Popper,  preoccupato  non
tanto della verit delle ipotesi scientifiche, quanto di definire  che
cosa  sia realmente la scienza, e in base a quale statuto e con  quali
regole essa debba agire.(55)
     
     p 314 .
     
     Sulla  stessa  linea  di  Poincar,  intenzionato  a  tenere  ben
separata  la  fisica  dalla metafisica, si  colloca  anche  il  fisico
francese  Pierre Duhem. Profondamente religioso e cattolico  convinto,
egli    spinto  proprio dalla sua fede non a negare il  valore  della
metafisica, ma a tenerla rigorosamente distinta dalle questioni  della
scienza.(56)
     Una  teoria  fisica  non  una spiegazione.  E'  un  sistema  di
proposizioni matematiche, dedotte da un esiguo numero di princpi, che
hanno  per  scopo  di  rappresentare  il  pi  semplicemente,  il  pi
completamente e anche il pi esattamente possibile un insieme di leggi
sperimentali(57). Con queste parole Duhem esprime  con  chiarezza  la
sua  convinzione  che le teorie fisiche non sono una mera  descrizione
della realt, bens una lingua ben fatta che consente di parlare dei
fenomeni e di prevederne di nuovi, fondandosi sull'immensa possibilit
di  formulare  ipotesi, e senza mai presumere che una  ipotesi,  anche
verificata sperimentalmente, possa esprimere una verit indiscutibile.
     Per  Duhem  deve essere recuperato l'atteggiamento strumentalista
di Bellarmino(58) e condannato piuttosto il realismo galileiano che si
limitava  a  postulare  la verit dell'astronomia  copernicana:  dal
momento  che  le  ipotesi di Tolomeo e Copernico rendono  conto  degli
stessi fenomeni, la scelta delle ipotesi, cio la scelta di una teoria
o  di  un'altra,  non  rappresenta  -  per  Duhem  -  un  elemento  di
rinnovamento   conoscitivo  per  la  scienza,   n   una   rivoluzione
scientifica,  n  la  conquista di una  maggiore  verit  rispetto  al
passato,  ma semplicemente l'esito di una scelta teorica esterna  alla
scienza.(59)
     
     p 315 .
     
     Per  Duhem la fisica - e in generale la scienza - si fonda quindi
su  pochi  princpi ipotetici dai quali si deducono giudizi  vertenti
sulle propriet fisiche dei corpi da verificare in un confronto con i
risultati degli esperimenti. Un processo solo apparentemente simile  a
quello  galileiano:  per  Duhem,  infatti,  le  ipotesi  -  anche   se
verificate  -  non enunciano mai una relazione vera tra le  propriet
reali dei corpi, ma restano solo supposizioni in grado di spiegare  i
fenomeni.  Le  ipotesi,  infatti, possono essere  formulate  in  modo
arbitrario:  la  contraddizione logica, vuoi  fra  i  termini  di  una
medesima ipotesi, vuoi fra i termini di una medesima teoria,  la sola
barriera  assolutamente invalicabile davanti  alla  quale  si  arresta
questa arbitrariet. Ancor pi la concezione di Duhem si allontana da
quella dei positivisti che, fondandosi sull'induzione, afferma che  la
scienza consiste in una sempre maggiore raccolta di dati empirici e in
un  loro  collegamento di tipo matematico al di fuori di ogni  ipotesi
speculativa.(60)
     Infine  vogliamo ricordare che per Duhem una teoria fisica    un
fatto  complesso  ma unitario, all'interno del quale non    possibile
isolare  e confutare questa o quella ipotesi: La fisica egli  scrive
non    una  macchina che si lasci smontare; non si pu provare  ogni
pezzo  isolatamente  e  attendere  per  adattarlo  che  ne  sia  stata
controllata minuziosamente la solidit; la scienza fisica  un sistema
che  si deve prendere integralmente,  un organismo di cui non si  pu
far  funzionare  una parte senza che le parti pi  lontane  da  quella
entrino  anch'esse  in  gioco, le une di pi, le  altre  meno,  ma  in
qualche misura tutte(61).
     E  non  si deve dimenticare - insiste Duhem - che questa macchina
  stata  costruita dall'uomo:  una costruzione bellissima, simile  a
un'opera  d'arte, ma  un prodotto dell'uomo. E' impossibile  seguire
il  cammino di una delle grandi teorie della fisica, vederla  svolgere
maestosamente,  a  partire  dalle  prime  ipotesi,  le  sue   corrette
deduzioni; vedere che le sue conseguenze rappresentano
     
     p 316 .
     
     fin  nel  pi  piccolo dettaglio una massa di leggi sperimentali,
senza  essere sedotti dalla bellezza di una simile costruzione,  senza
provare  vivamente  che  una  tale creazione  dello  spirito  umano  
veramente un'opera d'arte(62).
     
La realt del mondo esterno.
     
Quando uno zoologo, partendo da una ipotesi scientifica, procede  alla
classificazione degli animali considerando le somiglianze pi  o  meno
evidenti fra specie diverse, e indica l'esistenza di una parentela pi
o  meno  stretta  fra quelle specie, non fa altro che  trasferire  sul
piano della realt le relazioni astratte contenute nell'ipotesi. Se lo
sviluppo   della  ricerca  scientifica  e,  ad  esempio,   gli   studi
paleontologici, gli dimostrassero un giorno che quella  parentela  che
ha  immaginato  non  pu sussistere, egli sar certamente  disposto  a
rinunciare  alla sua ipotesi, ma non alla convinzione  che  esiste  un
qualche tipo di rapporto fra quelle specie.(63)
     Se  una  teoria scientifica non d nessuna garanzia di descrivere
i  rapporti  reali tra le cose, ma pu solo rappresentarli,  non  vuol
dire  che non esistono le cose n una qualche forma di rapporto  reale
fra loro.
     Questo  atteggiamento, che in qualche modo ripropone la  kantiana
distinzione tra fenomeno e noumeno, se spogliato delle certezze che  a
Kant  derivavano dal carattere assoluto, necessario e universale delle
categorie  e  delle forme a priori (certezze messe in  dubbio  -  come
abbiamo  visto  - dalla nuova logica matematica e dalle  nuove  teorie
fisiche),  pu aprire una nuova prospettiva alla ricerca filosofica  e
scientifica che mira a definire il rapporto fra capacit  e  modi  del
rappresentare e gli oggetti rappresentati.
     In  questa prospettiva si muove la riflessione di B. Russell  sul
mondo esterno.(64)
     Una  delle  costanti della filosofia occidentale -  ma  anche  di
quella orientale -  il dubbio sulla realt del mondo sensibile.(65) A
questo  dubbio  si   risposto con l'affermazione o con  la  negazione
dogmatica  della  sua  esistenza,  oppure  con  il  permanere  in  una
situazione   di   scetticismo.  Russell  cerca  di   superare   questa
contrapposizione ricorrendo alla logica, alla fisica e al senso  e  al
linguaggio comune(66): il risultato  una miscela complessa  che  il
filosofo inglese
     
     p 317 .
     
     sviluppa  attraverso una lunga serie di passaggi, di formulazioni
di  ipotesi  e  della loro revoca in dubbio. Se ne pu  avere  un'idea
rifacendosi ad alcune situazioni concrete che egli stesso prende  in
considerazione.
     Il  tavolo  che  abbiamo  davanti e sul quale  lavoriamo  ha  una
forma,  un  colore,  una  consistenza e molte altre  qualit  che  noi
percepiamo   attraverso  i  sensi.  Quando  ci  spostiamo   o   quando
interponiamo qualcosa (ad esempio un microscopio) tra i nostri sensi e
il tavolo le nostre sensazioni cambiano: il riflesso della luce che ci
faceva  vedere  un punto del piano di colore bianco, se  ci  spostiamo
intorno al tavolo, e assumiamo un altro punto di vista, incide  su  un
altro punto e il primo ci appare marrone, mentre vediamo bianco quello
che  prima era scuro; la superficie del tavolo, liscia e levigata alla
vista e al tatto, appare rugosa al microscopio. Per cui i sensi non ci
dicono  qual   il colore del tavolo e la natura della sua superficie;
non  ci  dicono  nemmeno che esiste il tavolo al di  l  delle  nostre
sensazioni  (quando  usciamo  dalla  stanza  o  quando  il  tavolo   
interamente  coperto da una tovaglia).(67) E' chiaro  dunque  che  il
tavolo  reale,  se  esiste,  non  coincide  con  ci  di  cui  abbiamo
esperienza  immediata  attraverso i sensi del  tatto,  della  vista  e
dell'udito.   Del  tavolo  reale,  se  esiste,  non  abbiamo   nessuna
conoscenza  immediata, ma lo dobbiamo inferire da ci  che  conosciamo
immediatamente. Di qui nascono subito due difficili domande: 1) Esiste
un tavolo reale? 2) Se s, che sorta di oggetto pu essere?(68).
     Analoghi problemi nascono intorno a un paio di occhiali da  sole.
Se  ci  mettiamo  sul naso un paio di occhiali con le  lenti  blu,  ne
possiamo vedere la montatura, ma il vetro blu, se  ben pulito, non 
visibile.  Sembra che il blu che si trova nel vetro sia negli  oggetti
visti  attraverso  di esso. Naturalmente possiamo  toccare  il  vetro
degli  occhiali  e  accertarci con il tatto della  sua  esistenza;  ma
mentre  lo  tocchiamo non vediamo altro che le nostre dita attraverso
la parte toccata che  la sola parte ove noi sappiamo con immediatezza
che c' qualche cosa. Quando riprendiamo a vedere oggetti blu davanti
a  noi  dovremo  presumibilmente affermare che gli occhiali  esistono
ancora quando non li tocchiamo.(69)
     Il   senso   comune   ci   porterebbe  a  concludere   a   favore
dell'esistenza  di  cose in s (il tavolo, gli oggetti  che  vediamo
blu)  e  di  cambiamenti di punti di vista per spiegare il mutare  dei
dati  sensibili.  Ma  -  conclude  Russell  -  Non  possiamo  parlare
legittimamente  di  cambiamenti  del  punto  di  vista  e  del   mezzo
infrapposto  finch  non abbiamo costruito un  mondo  pi  stabile  di
quello  della  sensazione  momentanea.  La  nostra  discussione  degli
occhiali  blu  e del giro intorno al tavolo ha chiarito questo  punto,
come  spero.  Ma  non   affatto chiaro il genere della  ricostruzione
richiesta(70).
     Una  costruzione tipica, ma insoddisfacente, del mondo  stabile
  quella che Russell definisce genericamente idealista; essa accomuna
Berkeley   a  Leibniz  e  ai  fisici  atomisti,  e  pu  essere   cos
sintetizzata:  Tutto  ci che si pu pensare   un'idea  della  mente
della persona che lo pensa; dunque nulla
     
     p 318 .
     
     pu  essere pensato, tranne le idee presenti nella mente;  dunque
nessun'altra cosa  concepibile, e ci che non  concepibile  non  pu
esistere.
     A  me  sembra  un ragionamento fallace; e certo  coloro  che  lo
propongono  non  lo esprimono in forma cos succinta e disadorna.  Ma,
valido  o  no, molti hanno avanzato questo argomento, in una  forma  o
nell'altra;  e moltissimi filosofi hanno creduto che non esista  nulla
di  reale  tranne le menti e le loro idee. Questi filosofi si chiamano
"idealisti".  Quando  vengono  a  spiegare  la  materia,  dicono  come
Berkeley che essa in realt  soltanto una collezione di idee, oppure,
come  Leibniz,  che  ci che ci appare come materia    in  realt  un
insieme  di menti pi o meno rudimentali. [...] Leibniz dice  che  [il
tavolo]   una comunit di anime; Berkeley, che  un'idea della  mente
di  Dio;  l'austera scienza, spiegandolo in modo non meno  fantasioso,
che    un vasto insieme di cariche elettriche in forte movimento.  In
mezzo a tante ipotesi bizzarre, il dubbio suggerisce che potrebbe  non
esserci nessun tavolo(71).
     Potrebbe non esserci alcun tavolo, alcun mondo stabile;  quello
che riteniamo essere la cosa in s pu essere benissimo la costruzione
della  nostra mente, una costruzione arbitraria, ma essa  prende  il
proprio    materiale   da   costruzione   esclusivamente   dai    dati
dell'esperienza  sensibile. Questa  la conclusione  di  Russell,  che
evidentemente  risente  dell'influenza dell'empirismo  inglese  e,  in
particolare, di quello di Locke.
     Le  proposizioni che descrivono un oggetto (ad esempio il tavolo)
sono  una  costruzione  logica, ma gli  elementi  semplici  di  queste
proposizioni sono costituiti dalle conoscenze immediate e  particolari
ottenute  attraverso le sensazioni. Solo i dati sensoriali  hanno  una
validit conoscitiva. Russell ripropone cos un procedimento  di  tipo
induttivo.  Qualsiasi  discorso  sul mondo  pu,  e  deve,  attraverso
l'analisi logica, essere ridotto ai suoi elementi costitutivi semplici
(atomi).   E   ciascuno   di  essi    sottoponibile   alla   verifica
dell'esperienza diretta.
     In  questo modo Russell riconosce all'uomo il diritto a costruire
il  mondo  con la propria mente (ci significa formulare - come  aveva
fatto Einstein - le ipotesi scientifiche pi ardite senza dare ad esse
un  valore  di  realismo ontologico), ma a condizione  che  tutti  gli
elementi  della costruzione siano riconducibili a fatti atomici,  cio
alla conoscenza sensibile diretta.
     B.  Russell  ha  riconosciuto  in pi  occasioni  un  debito  nei
confronti  della  elaborazione  logica  di  Ludwig  Wittgenstein.   Il
Tractatus logico-philosophicus fu pubblicato da Wittgenstein a  Vienna
nel  1922, ma era gi compiuto nel 1918; molti dei temi affrontati  in
quest'opera  erano stati presenti nella corrispondenza epistolare  con
B. Russell tra il 1912 e il 1920.
     L'affinit  fra la posizione di Russell e quella di  Wittgenstein
risulta   evidente   dalla   lettura  di   alcune   proposizioni   del
Tractatus:(72)
     
     p 319 .
     
     1   Il mondo  tutto ci che accade.
     1.1  Il mondo  la totalit dei fatti, non delle cose.
     1.11 Il mondo  determinato dai fatti e dall'essere essi tutti  i
fatti.
     [...]
     2.1  Noi ci facciamo immagini dei fatti.
     2.11  L'immagine presenta la situazione nello spazio  logico,  il
sussistere e non sussistere di stati di cose.
     2.12 L'immagine  un modello della realt.
     2.13   Agli  oggetti  corrispondono  nell'immagine  gli  elementi
dell'immagine.
     2.131Gli   elementi   dell'immagine  sono  rappresentanti   degli
oggetti dell'immagine.
     2.14  L'immagine  consiste nell'essere i  suoi  elementi  in  una
determinata relazione l'uno all'altro.
     2.141L'immagine  un fatto.
     2.15  Che  gli  elementi dell'immagine siano in  una  determinata
relazione  l'uno all'altro mostra che le cose sono in questa relazione
l'una all'altra.
            Questa  connessione  degli  elementi  dell'immagine   sar
chiamata  struttura  dell'immagine; la  possibilit  della  struttura,
forma della raffigurazione dell'immagine.
     2.151La  forma della raffigurazione  la possibilit che le  cose
siano   l'una  all'altra  nella  stessa  relazione  che  gli  elementi
dell'immagine.
     2.1511   L'immagine  cos legata con la realt; giunge ad essa.
     2.1512   Essa  come un metro apposto alla realt.(73)
     
     Nonostante  le  difficolt notevoli che presenta la  lettura  del
Tractatus,  ci  sembra che queste poche righe non solo  diano  un'idea
della   struttura   dell'opera  di  Wittgenstein,   ma   siano   anche
sufficientemente  chiare  nell'esprimere  una  corrispondenza  fra  la
struttura  e  gli elementi della realt e la struttura e gli  elementi
del pensiero e del linguaggio: il pensiero non  altro che l'immagine
logica dei fatti(74).
     
     p 320 .
     
     L'analisi  logica delle proposizioni consente di eliminare  tutte
quelle che non hanno senso e dunque di eliminare anche le immagini del
mondo  prive  di senso(75). Per fare questo  innanzitutto  necessario
usare un linguaggio (segni) privo di ambiguit.(76)
     Con  un  linguaggio  non  ambiguo La  proposizione  mostra  come
stanno le cose, se essa  vera. E dice che le cose stanno cos(77).
     Dunque  le  proposizioni che hanno senso possono  essere  vere  o
false  a seconda che riescano a indicare ci che accade se sono  vere.
Ma anche la proposizione falsa indica uno stato di cose, ha in s la
descrizione di un fatto (e il non realizzarsi di quel fatto - cio una
sua verifica negativa - ce la fa considerare falsa).(78)
     Non  hanno  senso, invece, quelle proposizioni che non descrivono
fatti e quelle domande che non hanno risposta: D'una risposta che non
si  pu formulare non pu formularsi neppure la domanda. L'enigma  non
v'.  Se  una domanda pu porsi, pu pure avere risposta(79).  E  pu
essere  detto  -  come abbiamo visto - solo ci che  si  riferisce  ai
fatti;   la   metafisica    bandita  dal  discorso,  il   mistico   
ineffabile.(80)
     E'  diventata proverbiale la proposizione 7 con cui si chiude  il
Tractatus: Su ci, di cui non si pu parlare, si deve tacere(81). E'
un'affermazione che - come
     
     p 321 .
     
     abbiamo gi avuto occasione di osservare(82) - ci pone davanti  a
una  grande  chiusura e, al tempo stesso, a una grande apertura:  solo
nella razionalit della logica abbiamo scienza e conoscenza, ma in noi
e  davanti  a noi lo sterminato spazio dell'ineffabile, del mistico  e
del nonsenso.(83)

Il Circolo di Vienna.
     
Nel 1921 Hans Hahn ottenne la cattedra di matematica all'Universit di
Vienna  e  quando,  l'anno successivo, si liber quella  di  filosofia
delle  scienze  induttive (che era stata di E.  Mach)  fece  pressione
perch  fosse  assegnata  a  Moritz  Schlick.  Questi  diede  vita  un
seminario  destinato  a  un numero ristretto  di  invitati:  fra  loro
ritroviamo  il  gruppo  che  si riuniva nel  1907  nel  vecchio  caff
viennese  (Neurath, Frank, eccetera). Nel 1922 nasce cos il  Circolo
di  Vienna (Wiener Kreis), anche se la data ufficiale di nascita  il
1929, con la pubblicazione del manifesto La concezione scientifica del
mondo:  il Circolo di Vienna, redatto quasi esclusivamente da Neurath.
Nel  frattempo  si  erano  uniti al gruppo i  filosofi  Viktor  Kraft,
Herbert  Feigl,  Friedrich  Waismann, Rudolf  Carnap  e  il  logico  e
matematico Kurt Gdel.
     Nel  1930  esce  la  rivista ufficiale del  gruppo,  Erkenntnis
(Conoscenza), curata da Carnap e da Hans Reichenbach, il  quale  nel
1928  aveva  dato  vita  al  Circolo di Berlino  che  sviluppava  un
discorso analogo a quello dei viennesi.
     La  posizione  filosofica  definita inizialmente  come  empirismo
logico  - e che assunse poi la denominazione di positivismo logico  (o
neopositivismo)  -  nacque,  come abbiamo  visto,  prevalentemente  da
scienziati  che  facevano  riferimento  all'empirismo  critico  di  E.
Mach.(84)  Sono  infatti proprio le scoperte di Mach -  e  soprattutto
quelle  di  Einstein(85)  -  che mettono in  discussione  non  solo  i
princpi   della  fisica  newtoniana,  ma  i  princpi  dello   stesso
empirismo: sino ad allora la fisica classica, infatti, non solo  aveva
spiegato  con  successo  una grande quantit  di  fenomeni,  ma  aveva
superato, con altrettanto successo, tutti i controlli sperimentali cui
era stata sottoposta.(86)
     
     p 322 .
     
     Si trattava quindi - per i filosofi viennesi - di recuperare  i
princpi  dell'empirismo  e  di  renderli  compatibili  con  le  nuove
scoperte  scientifiche,  anzi  di  rafforzarli  alla  luce  di   esse.
L'empirismo, infatti, continuava ad essere l'unico baluardo di  difesa
contro la filosofia metafisica (rappresentata non solo dall'idealismo,
ma  anche dalle nuove filosofie spiritualiste o irrazionaliste che  si
erano  sviluppate  fra  Ottocento e Novecento  e  che  continuavano  a
dominare la scena filosofica europea).
     L'elaborazione logica di Russell e di Wittgenstein  esercit  una
grande  influenza  sul  gruppo viennese,  che  dal  primo  riprese  il
programma  logicista  in  matematica e  l'interesse  per  il  problema
dell'induzione; dal secondo la necessit di individuare con  chiarezza
la  demarcazione  fra  scienza  e metafisica;(87)  e  da  entrambi  la
possibilit di sovrapporre le proposizioni ai fatti: cio l'obbligo di
ricondurre sempre il pensiero (anche nelle sue formulazioni  astratte)
ai  dati  dell'esperienza. Il Tractatus di Wittgenstein  suscit  tale
interesse nel gruppo viennese che, nell'anno accademico 1926-1927,  il
Circolo lo lesse e lo discusse paragrafo per paragrafo.
     Carnap - che dalla Conoscenza del mondo esterno di Russell  aveva
tratto   il   programma   epistemologico  della  costruzione   della
conoscenza  a  partire  dai dati dell'esperienza  immediata(88)  -  si
assunse  il  compito di riprendere e di sviluppare anche  le  tesi  di
Wittgenstein.  Nella sua autobiografia, Carnap scrive: Un'altra  idea
di   Wittgenstein  che  mi  influenz  fu  quella  secondo  cui  molte
proposizioni  filosofiche, soprattutto della metafisica  tradizionale,
sono  pseudo-proposizioni, prive di contenuto cognitivo. Trovai questa
concezione  wittgensteiniana vicino a quella che avevo precedentemente
sviluppato sotto l'influenza di scienziati e filosofi anti-metafisici.
Mi  ero  reso conto del fatto che molte delle proposizioni e questioni
filosofiche  hanno origine in un cattivo impiego del linguaggio  e  in
una  violazione della logica. Sotto l'influenza di Wittgenstein questa
concezione si rafforz e divenne pi definita e radicale(89).
     Nel  1932, nell'articolo Il superamento della metafisica mediante
l'analisi  logica del linguaggio, Carnap scriveva: Il  senso  di  una
proposizione  sta nel metodo della sua verificazione. Una proposizione
vuol  dire  solo  ci  che  in  essa    verificabile.  Pertanto,  una
proposizione,  ammesso  che  voglia  dire  qualcosa,  pu  significare
soltanto dei fatti empirici(90).
     In  sintesi, il compito che gli aderenti al Circolo  di  Vienna
assumono    quello  di  proporre una  filosofi(a9)1  che  svolga  una
radicale e costante critica del significato.(92) In questo  modo  la
filosofia - che si fa filosofia della scienza -
     
     p 323 .
     
     fornisce  un  modello  unificato  (quello  dell'analisi   logica)
valido  per  tutte  le  scienze, al di  l  della  loro  articolazione
specialistica.
     Questo  progetto  sopravviver  alla  diaspora  del  Circolo  di
Vienna  in  seguito  all'avvento  del  nazismo(93),  e  ispirer   la
pubblicazione,  a partire dal 1938, della International  Encyclopedia
of  Unified  Science ad opera del neoempirismo americano,  cio  di
quei  filosofi, come Carnap, che si erano trasferiti negli Stati Uniti
e avevano incontrato l'accoglienza favorevole di scienziati e filosofi
locali come Charles W. Morris e W. V. Quine.
